Alchimia e meditazione taoista

Aggiornato il: giu 1




Il taoismo rappresenta una delle tradizioni filosofiche più antiche e multiformi del pensiero cinese. Come molti altri paradigmi della cultura orientale, anche all’interno delle varie impostazioni riconducibili all’orientamento “taoista”, sono stati sviluppate riflessioni e insegnamenti sulla pratica della meditazione.


Tra storia e leggenda


A partire dal cosiddetto “periodo della primavera e dell'autunno” (770-476 a.C.) e, con sempre maggiore evidenza, durante il successivo “periodo degli Stati combattenti” (481-221 a.C.), in Cina fiorirono e si moltiplicarono, una grande varietà di correnti e scuole filosofiche.

Il nome “taoismo” deriva la preminenza accordata, caratteristica centrale di questa corrente di pensiero, al concetto di “tao” o “dao”. Tale nozione, come molti altri termini salienti, nelle varie espressioni culturali della società cinese, è costitutivamente polisemantica ed era tradizionalmente impiegata nelle diverse accezioni di “via”, “senso” e “verità”.

I padri fondatori del Taoismo, riconosciuti da tutte le varie scuole riconducibili alla tradizione taoista, sono due “Maestri”, a metà strada tra figure storiche e personalità leggendarie: Zhuangzi (o Chuang Tzu, anche detto “Maestro Zhuang” che si pensa sia vissuto tra il 365 e il 290 a.C. circa) e Laozi (o Lao Tzu, chiamato “Antico Maestro”). I testi fondamentali del taoismo sono, infatti, attribuiti a questi due “Maestri”, sotto la cui firma probabilmente ricadono molteplici mani autoriali, risalenti a periodi storici diversi: lo “Zhuangzi” prende il titolo dal nome del suo omonimo autore e viene anche indicato con l’espressione “Nanhua zhenjing”, ossia “Vero libro della Terra Fiorita del Sud”; ci si riferisce invece al “Daodejing”, meglio conosciuto come “Tao Te Ching”, appellandosi al “'Libro del Tao e della sua Virtù” di Laozi.

Da queste due raccolte di scritti, emerge un nuovo modo di concepire il “tao”, descritto come verità trascendente, ineffabile, suprema, unica e invisibile.

All’interno del canone taoista, un’altra punta di diamante è costituita dal testo chiamato Liezi che tradizionalmente viene fatto risalire al IV secolo a.C. e ascritto al leggendario “Maestro Lie”. Gli scritti contenuti nel Liezi apportano componenti ideologiche diverse che ne rivelano la composizione in epoche diverse, dal III secolo a.C. al III secolo d.C.; a quest’ultimo periodo appartengono, in particolare, i riferimenti espunti dal patrimonio letterario di ambito indiano e dall’alchimia taoista che fiorirà in epoca più tarda.


Alchimia Interiore taoista e Medicina Tradizionale Cinese



Il taoismo si presenta come un universo complesso e sfaccettato, al cui interno le pratiche rituali che, in un’ottica europea, potremmo considerare più “religiose”, convivono con una propensione alla speculazione pura, sui rapporti tra micro e macro cosmo, antropologia e cosmologia, essere umano e universo, corpo sociale e mondo naturale.

Essenziale, ma non sempre lineare è il rapporto tra il taoismo e l’altrettanto multiforme “sistema” della Medicina Tradizionale Cinese (MTC). L’interconnessione tra queste due sfere è tessuta da una trama di fili che si dipanano in diverse direzioni:

- dalla concezione della natura, sistematizzata nella definizione di diagrammi di “equivalenze” tra elementi e piani ontologici;

- al raffinamento concettuale della teoria “yin-yang”;

- passando per la rielaborazione delle massime contenute nell’I Ching o Yijing, il rinomato “Libro dei mutamenti”;

- attraverso le pratiche dell’alchimia.

I Campi di Cinabro


Nella composita tradizione taoista, l’espressione “campi di cinabro” (tan t'ien o dan t’ien) indica alcune zone del corpo,in cui hanno luogo trasformazioni e mutazioni fondamentali. All’interno di tale corrente del pensiero cinese, un ruolo centrale è occupato dalla pratica dell’alchimia che prevede l’utilizzo del cinabro, o solfuro di mercurio, sotto forma di pietra rossa, come materia prima per la produzione della pietra filosofale, ossia l’oro, nell’alchimia esteriore, e l’elisir dell’immortalità, nell’alchimia interiore.

L’espressione “campi di cinabro” (nelle sue varianti sinonimiche) è spesso impiegata nella letteratura taoista, in accostamento ai “meridiani curiosi” o “meridiani straordinari”: entrambe fanno riferimento alla caratterizzazione del corpo umano e della sua fisiologia, specifica della tradizione taoista ed in essa impiegata un significato non del tutto coincidente, con quello che si ritrova nella Medicina Tradizionale Cinese.

La concezione taoista si differenzia, in particolare, da quella medica, per quanto riguarda gli otto “meridiani curiosi” (ch'i cbing pa mo) in cui, per i taoisti, circola l'energia ancestrale.

Il carattere cinese “cinabro” (tan) indica una cavità con una pietra al suo interno, in riferimento all’estrazione del cinabro dalle montagne, diffusa in Cina meridionale. Il carattere tradotto come “campo”, veniva usato nel lessico dell’agricoltura e rimanda allo spettro semantico della coltivazione. Congiungendo tali idee, si comprende che i campi di cinabro non vanno intesi come contenitori o zone anatomicamente localizzate, bensì come aree, in cui le materie prime dell’alchimia interiore subiscono dei cambiamenti. Nel III-IV secolo, si comincia ad individuare 3 diversi campi di cinabro, sul piano corporeo: nella maggior parte nei testi taoisti, il campo di cinabro inferiore è collocato al di sotto dell’ombelico; quello mediano a livello del cuore; quello superiore sulla testa. Inoltre, varie divinità dimorano nei campi di cinabro, oltre che in diverse parti del corpo. Di norma, era necessario che il seguace delle dottrine taoiste, compiendo le pratiche dell’alchimia interiore, evitasse di visualizzare tali divinità, ma a partire dalla dinastia Song (960-1279).

I campi di cinabro rappresentano tre aree del corpo, più o meno corrispondenti alle zone dell’ombelico, del plesso solare e della parte della fronte compresa tra gli occhi, nelle quali si svolgono le fasi del processo psico-fisiologico. All’interno di ogni fase, viene realizzata la sublimazione dell’essenza (ching), del soffio (qi o chi) e dell’energia spirituale (shen).

Troviamo la descrizione delle tre fasi successive in cui si realizza tale processo, all’interno di un testo della scuola Wu Liu, una delle correnti dell’alchimia interiore taoista: il “Wei sheng Sheng li Chue Ming Chih”, “Spiegazioni chiare sulla fisiologia e sull’igiene”, attribuito a Chao Pi Ch'en. Secondo le indicazioni ivi contenute, ognuna delle fasi comporta una trasformazione che deve realizzarsi in ciascun campo di cinabro:

I. il punto di partenza imprescindibile è il campo di cinabro inferiore, in cui si svolge la l’essenza (ching) si raffina trasformandosi in soffio (chi o qi): l‘espressione cinese corrispondente è Lian Ching Hua Chi;

II. si passa poi al campo di cinabro mediano, in cui il soffio si trasforma in energia spirituale (shen): in cinese si parla di Lian Chi Hua Shen. In questa fase si realizza quella che in gergo taoista viene chiamato l’embrione di immortale:

III. per giungere al campo di cinabro inferiore, nel quale l’energia spirituale rientra nella Vacuità: Lian Shen Hua Hsu.

Vengono specificati anche gli effetti fisici che seguono al completamento di ogni passaggio: se la prima fase è conchiusa, allora l’essenza è realizzata e il desiderio sessuale scompare; se la seconda fase è compiuta, allora il soffio è realizzato e si smette di avere fame; se anche la terza fase è giunta al termine, allora l’energia spirituale è pienamente maturata e si cessa di avere sonno.


Essenza, Soffio ed Energia Spirituale


Nel quadro delle mutazioni psico-fisiche descritta nell’alchimia interiore taoista, qui schematizzata, emergono alcune nozioni fondamentali:

- il termine essenza (Ching) traduce l’ideogramma anticamente usato per indicare il riso raffinato, metaforicamente inteso come l’essenza di qualcosa, anche degli organi, così come lo sperma, ossia la sostanza da cui germina la vita. All’essenza è quindi associata la proprietà nutritiva;

- l’energia spirituale (Shen) ha diversi significati, nell’alchimia interiore taoista designa l’energia spirituale, divina, l’essenza luminosa dell’essere. Ad essa fa riferimento l’indicazione a produrre dentro sé stessi l’“embrione-di-immortale”, nella seconda fase del processo del proprio processo di raffinamento psico-fisico;

- il Chi, indicato come “soffio”, rappresenta non solo uno dei pilastri della triade essenza-soffio-energia spirituale (Ching-Chi-Shen), ma è spesso impiegato anche con l’accezione accezioni di Unità, in cui si riassumono i tre aspetti parziali di Ching, Chi e Shen. Nei testi medici solitamente ci si riferisce al Chi come “energia”, mentre in quelli taoisti vi si sovrappone il significato di “soffio”; negli scritti che trattano dell’alchimia interiore, il movimento del Chiè infatti descritto come una respirazione, con le fasi congiunte di ispirazione ed espirazione.


Meditazione taoista



La meditazione e le sue tecniche sono state oggetto di riflessione e confronto, in diverse cerchie d’impostazione taoista, a partire dai testi dei Maestri fondatori succitati.

Nello “Zhuangzi” vengono riformulati alcuni capisaldi esposti nel “Tao Te Ching”, esposti in maniera più argomentativa, anche facendo ricorso ad una pratica di contemplazione che suggerisce di concentrare l’attenzione, applicandosi a discerne ciò che è temporale, da ciò che non lo è.

La riflessione e il confronto, sulle finalità e la didattica delle tecniche di meditazione vengono sviluppate, in particolare, all’interno della corrente alchemica taoista, in cui assume particolare rilevo la scuola dell’«alchimia interiore», detta “neidan” che si afferma diffusamente tra il II e il IV sec. d.C. L’impostazione della scuola “neidan” è fondata sulla proposta di considerare il processo alchimico come la reale dinamica, attraverso cui l’essere umano oltrepassa i vincoli della vita terrena e, attraverso fasi progressive, trasforma la propria natura, fino ad unirsi con l’energia universale del “tao”.

Le pratiche meditative vengono portate all’attenzione anche nella medicina tradizionale cinese, soprattutto nell’ambito delle prescrizioni dietetiche taoiste che prevedono un ventaglio di “strumenti” per mantenere le energie vitali e raggiungere la “lunga vita”, da taluni considerata anche come ricerca dell’immortalità corporea. Nello specifico, accanto a varie forme di meditazione, sono consigliate anche tecniche respiratorie (che ritroveremo anche nel Qigong, a cui dedicheremo uno dei nostri prossimi articoli), oltre all’uso di prodotti medicinali e sostanze psicotrope.

In questa cornice, la meditazione è presentata con un ventaglio di tecniche, grazie alle quali è possibile mettersi in contatto con le divinità, attraverso il raggiungimento di uno stato di tranche. Discepoli e maestri taoisti praticavano come via per cercare la “salvazione” e fu tale propensione a favorire, in Cina, l’adozione di pratiche meditative provenienti dall’India che riplasmarono quelle taoiste, dando vita a forme sincretiche di meditazione in cui è difficile distinguere gli apporti dell’impronta indiana, dalle tracce del Taoismo più antico.

Taoismo e Buddhismo Ch'an


Come abbiamo già accennato, la pratica della meditazione all’interno del taoismo, rivela anche l’influsso del Buddhismo che, dal II–III sec. d.C., si afferma più estesamente anche in Cina, scontrandosi ed intrecciandosi con le correnti di pensiero autoctone, fino ad assumere la forma, in parte specifica, del Buddhismo Ch’an. Tale corrente assume la tradizione secondo cui, Bodhidharma avrebbe tramandato ai suoi discepoli gli esercizi da lui eseguiti, al fine di insegnare loro come mantenere il corpo in salute, durante le lunghe ore di veglia nell’immobilità totale, richiesta dalla pratica della meditazione. Nella letteratura cinese sviluppatasi nel filone del Buddhismo Ch’an, si parla di esercizi mentali che hanno la funzione d’indirizzare intenzionalmente lo spirito, attraverso la meditazione o la contemplazione. Le tecniche ascrivibili a tale indirizzo, si distinguono in due forme: quelle che ricorrono ad oggetti o immagini e quelle che ne fanno a meno.

Anche nei testi precedenti all’introduzione del Buddhismo in suolo cinese, si ritrovano manifesti richiami alla meditazione che fanno pensare a numerose tecniche, basate sull’uso dell’immaginazione e della visualizzazione. Viene infatti descritta l’eventualità di avere visioni durante la meditazione, talvolta ammonendo i praticanti a considerarle come illusioni transitorie.

Il complesso di esercizi di meditazione adottati nella tradizione taoista, è accumunato dall’obiettivo di agevolare la concentrazione su vari tipi di fenomeni che comprendono:

- la visualizzazione di paesaggi o elementi del cosmo;

- l’immaginazione di eventi infelici che suscitano turbamenti mentali e fisici, provocando determinati stati emotivi;

- l’evocazione di figure storiche o mitologiche esemplari, emblematiche di particolari vissuti o cognizioni

- la riflessione su racconti che permettono di esercitare la coscienza, in stati inesplorati.

All’interno del Taoismo più tardo, si è sviluppata ianche una corrente riformatrice, polemica rispetto alla sclerotizzazione dei rituali e agli eccessivi sofismi delle concezioni filosofiche: il movimento della “Realtà Completa” (T'ien-hsien-p’a), che si focalizza sul perseguimento dell’illuminazione, attraverso la pratica della meditazione senza forma, emancipandosi dall’espediente della visualizzazione. S’inscrive nella scuola della “Realtà Completa”, anche Chang Po-tuan (983-1082 d.C.) e Wang Che (1113-l l7l d.C.). Il primo fu un seguace dell’alchimia taoista e, nei suoi scritti, accosta la tecnica taoista, in cui si interrompe volontariamente il respiro, alla meditazione Buddhista, poiché in entrambi i casi è possibile governare il corso del pensiero. Il secondo, formatosi unendo la spiritualità taoista alla tradizione buddhista, dedica una parte dei suoi testi alla trattazione della “meditazione seduta”, spiegando che questa non si risolve nell’adottare una specifica postura, restando seduti con gli occhi chiusi, ma, una volta raggiunto lo scopo di mantenere la mente ferma come una montagna, la meditazione può essere praticata in qualsiasi stato.

Antica modernità


Il Taoismo ha continuato a svilupparsi in pratiche e contenuti variegati, anche durante il XX secolo, proseguendo anche la riflessione sui metodi di meditazione. In ambito moderno, l’approccio alla meditazione diventa anche il campo confronto polemico tra due impostazioni del pensiero taoista:

- quella di coloro che ripropongono un approccio psico-fisico alla meditazione, studiando le “aperture”, ossia le zone sensibili del corpo su cui focalizzare l’attenzione, durante la meditazione;

- quella dei Maestri che sostengono la preminenza della meditazione in stato di quiete, raccomandando di non controllare il respiro e di mantenere la mente vuota e silenziosa.

Pur nella loro difformità d’impostazione, tali considerazioni possono essere riunite all’interno del Grande Fiume taoista, dal momento che i vari metodi di meditazione sono comunque indirizzati a sublimare la sostanza che è lo spirito vitale, armonizzando le sue componenti di luce e ombra.


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