Ayurveda e Yoga: discipline realmente sorelle? Parte 2/2

Come abbiamo visto nel precedente articolo, l’ayurveda non è un termine che designa un’unica disciplina. Abbiamo visto le origini dell’ayurveda intesa come medicina tradizionale indiana, che presenta gli elementi necessari per essere definita una medicina in senso proprio. Si sono poi visti i suoi sviluppi nell’ayurveda moderna, disciplina medica praticata in india e istituzionalizzata a partire dal 19° secolo, e l’ayurveda globale, cioè l’insieme delle pratiche derivate dall’ayurveda che si sono diffuse oltre i confini indiani e che si inseriscono o nel mercato dei fitopreparati o in quello del wellness. Relativamente a queste ultime, lo statuto di medicina deve essere rivalutato. Nel caso del commercio fitoterapico è ovviamente non pertinente, nel caso dell’ayurveda new age pare almeno discutibile. Per chiarire anche questo punto, prima dobbiamo dedicarci ad una panoramica sullo yoga, in modo da comprendere come yoga si associa all’ayurveda e a quale tipo.


Yoga: cos’è ? Nessuno lo sa !


Rispondere alla domanda sulla definizione di yoga è complesso e accende sempre dibattiti. Se si tratti di filosofia, religione, sport, cultura, attività ludico-ricreativa, terapia, stile di vita non è chiaro né ai praticanti né agli insegnanti contemporanei: ciascuno pratica un proprio yoga. Questo guazzabuglio, di matrice anche commerciale, è lo yoga moderno. Di questo, il più diffuso è lo yoga posturale moderno, di cui abbiamo esempi in ogni centro di yoga e in molte palestre durante le pratiche di asana (posture). Questo yoga si presenta secondo molteplici stili, per esempio hatha, ashtanga, yin, yoga prenatale, hot yoga; di questi alcuni sono veri e propri marchi registrati, come Bikram yoga e Iyengar yoga.

Tuttavia, molti degli aderenti ad uno stile o all’altro, spesso riuniti in associazioni, sostengono di rifarsi ad una tradizione o ad uno yoga “classico”. Tali pretese si appoggiano spesso su testi quali Yogasutra di Patanjali (datato in modo incerto tra il II e il IV secolo d.C.) e Hathayogapradipika (XV secolo). Il primo testo è volto alla spiegazione di otto tappe da eseguire per raggiungere il kaivalya (isolamento), dunque la liberazione dai vortici mentali. Il secondo testo spiega le pratiche di purificazione del corpo e dell’energia vitale per praticare samadhi (cessazione, assorbimento); in questo testo sono presenti le asana intese come pluralità di posture psicofisiche, che nel primo testo non compaiono. In Yogasutra troviamo il termine asana per indicare la stabilità e la fermezza raggiunta in virtù di uno sforzo perseverante. Non ci concentriamo ora su un’interpretazione di questi aspetti testuali (già molte, personalissime, ne circolano), ci interessa comprendere se abbia un senso l’idea di yoga classico.

Uno yoga originario, classico, regolamentato e ortodosso potrebbe sembrare un’idea assurda, tuttavia, è proprio l’utopia che viene inseguita da tutti coloro che cercano di appoggiarsi ad una tradizione, della quale invece non si conoscono le origini, perché non ne si riesce a stabilizzare l’oggetto. Vediamo in che senso.


Yoga: unione e metodo


Siamo abituati a sentirci dire, dagli insegnanti di yoga, che riportano quanto tramandato dal pensiero dominante attuale, che yoga significa unione. Questo significato risale alla radice sanscrita –yuj a cui si attribuisce la semantica del congiungimento: congiungere o unire quanto è il separato, per natura propria o per accidente. Ci sono quindi coloro che con lo yoga uniscono Shiva e Shakty, maschile e femminile, sole e luna. Questo tipo di interpretazione è stata probabilmente alimentata e consolidata grazie alle traduzioni di autorevoli indologi di inizio XX secolo, i quali hanno considerato lo yoga come un corpus di pratiche sostenuto e ad uso delle teorie filosofiche della corrente Samkhya. La filosofia Samkhya è una filosofia logico-metafisica dualista, che sostiene la necessità di un ritorno all’originaria unione con il principio immutable (Purusha) che rappresenta la realtà al di là delle illusioni del mondo fenomenico e mutevole in cui siamo immersi. Questa filosofia ha avuto un ruolo essenziale nella diffusione della medicina tradizionale ayurvedica, come si è detto nella prima parte di questo articolo. Se un uso della parola yoga può essere quello di congiungere, resta tuttavia interessante approfondire le origini del termine osservandone gli usi nel tempo.

Seguendo le prime attestazioni rinvenibili, la parola sanscrita “yoga” si risale al Rigveda, una delle quattro suddivisioni della letteratura vedica, nella quale sono raccolti 1028 inni risalenti a periodi antichi dalla datazione eterogenea e incerta (supposta tra il 1200 e 800 a.C.). In essi compare con il significato di trattenere un animale, domare, o bardare un veicolo (si veda per i dettagli l’introduzione a Yogasutra ed. Einaudi, 2015). Assume poi il significato di ambizione alla disciplina, all’ordine e al procedimento metodico.

Infatti, gli usi della parola nei testi successivi e specialistici, sono connotati differentemente a seconda del contesto e l’uso inteso come metodo, mezzo, disciplina, percorso ordinato è ampiamente attestato anche nelle Upanishad. Ad esempio, si incontra un “sestuplice yoga” cioè un “metodo in sei passi”. I metodi e le discipline, poi, sono sempre plurali, ed infatti si sviluppano diversi metodi: lo yoga è plurale. Non c’è uno yoga originario, classico, ortodosso e tradizionale ma una pluralità di metodi, discipline e percorsi.

Una pluralità che si è manifestata nella storia dell’umanità con la presenza di yoga in tradizioni differenti: non solo la casta sacerdotale indiana (bramini) erano depositari di conoscenze metodologiche, per lo più basate sulla gnosi (jñana yoga), ma si sono sviluppate numerose sette e correnti metodologiche (natha yoga, hatha yoga, tantra yoga, shivaismo del Kashmir), anche in contesti non induisti come quello buddista della scuola yogācāra.

Tanti mezzi sono volti a quali obiettivi?





Yoga: obiettivi e mezzi


Gli obiettivi degli yoga pre-moderni sono votati alla trascendenza. Trascendere il mondo ordinario, la vita è intesa oltre alla conoscenza che ne abbiamo. I praticanti degli yoga abbracciano un metodo o l’altro allo scopo di superare l’ordinario per lo straordinario, vedere oltre il visibile, conoscere oltre lo scibile, liberarsi anche di se stessi ed entrare in una dimensione di realtà priva delle illusioni e dei filtri, o vedere la nuda realtà piuttosto che vivere nell’illusione. Gli obiettivi, nelle loro diverse e sottili varianti, sono senza dubbio spirituali.

I mezzi, dunque, variano dalla meditazione allo sfinimento fisico, dal digiuno all’isolamento sociale, dalla povertà per scelta alla vita in comunità monastiche, ma sono tutti votati a scopi spirituali.

Vale la pena di considerare delle differenze tra i percorsi: alcuni metodi mettono l’accento sulla gnosi, la conoscenza e gli aspetti meditativi, come nel percorso jñana yoga; altri invece utilizzano il corpo come mezzo di conoscenza, lo rivalutano e sviluppano pratiche corporali volte all’approdo meditativo, come avviene nel tantra yoga, da cui l’hatha yoga prende poi sviluppo. Le pratiche fisiche, che ad esempio in Yogasutra sono considerate le pratiche visibili, sono regole etico-morali, posture psicofisiche (che possono variare in numero, difficoltà e obiettivi; ricordiamo che in Yogasutra non c’è che una postura non descritta che deve risultare confortevole), pranayama (tecniche di controllo del respiro), studio di testi. Le pratiche non visibili sono invece quelle che si applicano nella stasi e consistono in una vera e propria purificazione mentale: controllo dei sensi, concentrazione, profonda concentrazione e meditazione. Le terminologie per descriverle e i dettagli tecnici variano naturalmente da una corrente all’altra.




Dallo yoga pre-moderno allo yoga moderno


Come siamo passati dalle pratiche spirituali con radici nelle culture dell’area indiana alle pratiche diffuse oggi nei più eterogenei contesti socio-culturali e sussunte con l’etichetta “yoga”? Possiamo probabilmente risalire al periodo della colonizzazione di tali aree che ha portato questi Paesi ad un rinverdimento delle proprie tradizioni culturali e in Europa ha aperto il filone degli studi orientali. Le Upanishad, alcuni dei testi sopra citati ed altri importantissimi testi sono stati tradotti in lingue europee, studiati e commentati. Molte delle nostre convinzioni sullo yoga vengono tuttora da quelle traduzioni, intrise del pensiero filologico e filosofico dei contesti a cui appartengono.

Molti praticanti indiani hanno viaggiato e diffuso il loro metodo. Per esempio, Swami Vivekananda ha tradotto e commentato in lingua inglese il testo Yogasutra alla luce dei propri insegnamenti. Si tratta di una traduzione tuttora letta e la denominazione Raja Yoga attribuita allo yoga presentato in Yogasutra si deve a lui. Inoltre, nel 1893, negli Stati Uniti ha pubblicamente sostenuto la compatibilità delle tradizioni induiste con il pensiero e le tradizioni “occidentali”, sottolineando gli aspetti meditativi e spirituali dello yoga a scapito delle pratiche fisiche.

La Società Teosofica, attiva durante l’800, ha contribuito alla diffusione ed interpretazione di testi e pratiche di cui è enfatizzato il carattere occulto e mistico. Le pratiche fisiche sono considerate un mezzo di conoscenza.

Alcuni guru indiani del ‘900 sono stati particolarmente significativi nel insegnare metodi posturali ad ampie schiere di praticanti, come Tirumalai Krishnamacharya che fino agli anni ’50 è stato attivo a Mysore insegnando serie di sequenze posturali, e di cui tre studenti sono stati decisivi nella diffusione dello yoga posturale moderno e del conseguente mercato che si è creato. K. Pattabhi Jois ha infatti enfatizzato gli aspetti dinamici, aerobici e sequenziali degli insegnamenti ricevuti, formalizzando quello che oggi è conosciuto come stile ashtanga; B.K.S. Iyengar si è concentrato sugli aspetti terapeutici delle posture psicofisiche, soprattutto in virtù delle loro caratteristiche biomeccaniche; Eugenie Peterson, conosciuta come Indra Devi, è stata una delle prime donne a praticare yoga posturale con Krishnamacharya e seguendo la richiesta del suo guru ha popolarizzato quanto appreso in Cina, per poi proseguire negli Stati Uniti e Messico.

Il guru Sivananda Saraswati, attivo a Rishikesh fino agli anni 60, ha diffuso le sue pratiche posturali, associate ad aspetti ritualistici, in lingua inglese in India e all’estero, anche mediante la scrittura di brevi manuali esplicativi.

Si diffonde quindi anche uno yoga posturale, che vorrebbe rintracciare le sue origini nel metodo dell’hatha yoga, di cui non si hanno in realtà che pochi testi, e da cui le diverse tipologie fioriscono. Queste nuove tipologie si fondono poi con le conoscenze diffuse dai guru che rintracciano in Patanjali e nel neo-coniato Raja Yoga le motivazioni spirituali alla pratica meditativa e con altri che rendono comprensibili al grande pubblico nuove interpretazioni di antiche filosofie vediche.

La seconda metà del XX secolo vede quindi una crescita dell’interesse verso lo yoga e le sue origini, avvolte nel mistero del ritualismo induista e di una cultura portatrice di conoscenze spirituali occulte, di cui si sono avute notizie dagli scritti teosofici e dalle interpretazioni di diversi guru e maestri.

Gli stessi guru, in queste decadi, si moltiplicano, tramandando pratiche segrete e “magiche” che si rintracciano nelle diverse tipologie di yoga più antico: chi pratica e diffonde il tantra, chi l’hatha yoga o altre. In India, si sviluppa un vero e proprio commercio con l’apertura di ashram e scuole di yoga che oggi si trovano riempite di studenti da tutto il globo desiderosi di apprendere pratiche fisiche, spirituali e meditative.

Il ministero indiano AYUSH (Ayurveda, Yoga, Unani, Siddhi e Omeopatia) dichiara l’intento di assicurare la corretta diffusione delle conoscenze in materia di yoga, per garantirne la qualità in tutto il mondo. Si tratta quindi di una riappropriazione in materia dopo la commercializzazione libera e la speculazione. Si trovano quindi istituzioni indiane che fanno ricerca e divulgazione di metodi, quali tecniche fisiche e spirituali, volte al benessere dell’individuo. Nel sito del ministero, la definizione data in lingua inglese caratterizza lo yoga come una delle filosofie vediche, disciplina volta all’autorealizzazione che consiste nell’unione dello spirito individuale con lo spirito divino. Inoltre, se ne sostengono le virtù preventive e terapeutiche contro malattie di origine psicosomatica e per la promozione della salute.

Lo yoga moderno studiato e diffuso ora in India e sovvenzionato dal governo indiano è, dunque, un metodo principalmente per il benessere e l’autorealizzazione dell’individuo. Di tali metodi si studiano i benefici: si tratta di tecniche messe eventualmente a servizio di percorsi terapeutici. Su questa base si è potuta sviluppare la yoga terapia, per la quale vengono formati tecnici che, sulla base di indicazioni mediche, scelgono le tecniche adatte per il miglioramento della condizione dell’individuo. Queste tecniche possono essere applicate sia in seguito alle indicazioni di un medico di medicina convenzionale, o biomedicina, che in seguito alle valutazioni e alla diagnosi di un medico tradizionale (ad esempio un medico in ayurveda). In questo caso, i metodi sono volti ad obiettivi diversi dagli obiettivi degli yogi pre-moderni.




Yoga moderno e spiritualità


Tuttavia, alcuni yoga moderni restano aderenti agli obiettivi dello yoga pre-moderno, presentandosi come percorsi spirituali: è il caso del raja yoga e di altri tipi di yoga tra cui alcuni correlati direttamente o velatamente alla religione induista. Ad esempio, anche il tantra yoga contemporaneo, lungi dall’essere una pratica sessuale, ha chiari intenti spirituali e usa tutti i mezzi indicati nei testi antichi, riadattati da vari guru di epoca moderna, per creare percorsi di liberazione dell’individuo. Alcune sette come gli Hare Krishna praticano forme di yoga devozionale (bhakty yoga) sempre con gli stessi scopi dei precedenti e senza utilizzare metodi posturali. Quello che avviene spesso è che, congiuntamente agli insegnamenti tecnici, gli yogi moderni coniughino anche spiegazioni filosofiche a giustificazione delle pratiche, secondo da punti di vista epistemologici e metafisici diversi e disparati: è qui che si scatenano le mescolanze tra filosofia vedica spiegata secondo i concetti cardine della filosofia europe, giustificazioni epistemologiche basate su teorie fisiche moderne (si noti la popolarità della meccanica quantistica) e parallelismi tra yoga e altre discipline contemplative asiatiche (zen, taoismo) e spiegazioni antropologiche date nella cornice di medicine alternative di area non indiana (medicina cinese o guaritori sciamanici sud-americani).

Queste ibridazioni, oltre che segnalare la mancata profondità delle conoscenze storico-filosofiche di ciascuna delle discipline comparate, spesso sono portatrici di un ideale new age: trovare una conoscenza unica, semplice ma spiritualmente significativa, che si oppone alla visione del mondo dominante, ed è provata dalle tracce lasciate nella saggezza di tutti i popoli del globo che l’avrebbero poi declinata diversamente.


Yoga e Ayurveda. discipline sorelle?


Possiamo ora capire che un’unione o una separazione delle due discipline non ha senso: esse sono entrambe plurali. Per ragioni di modifiche storiche e di evoluzioni, e nel caso dello yoga anche per la sua vocazione ad essere metodi per i quali poi si sono moltiplicati anche gli scopi.

Se mettiamo vicino l’ayurveda e gli yoga pre-moderni, vediamo che condividono terminologie e concetti, dato che si sviluppano nelle stesse aree, prendendo radici in un humus culturale comune. Si distinguono chiaramente per obiettivi: l’ayurveda ha obiettivi medici, gli yoga fini spirituali. Invece, presentano alcuni mezzi in comune: l’ayurveda usa le posture e le respirazioni, inoltre raccomanda la meditazione, il comportamento corretto e altre ancora possono essere le tecniche possibili che fanno parte delle tecniche di questa o quella tradizione yogica. Questa comunanza di mezzi non è sorprendente per una medicina olistica che prende in considerazione tutti gli aspetti dell’essere umano e che ha una teoria antropologica prossima a quella dei praticanti di tecniche spirituali, dato appunto la comune atmosfera culturale.

Diversamente so rileva per yoga e ayurveda moderni. Se consideriamo le due discipline come sono oggi istituzionalizzate in India, vediamo che il ministero AYUSH che se ne occupa le considera mezzi di cura e benessere. In questo caso gli scopi (benessere dell’individuo, autorealizzazione) sono comuni, come sono comuni molti mezzi (asana, pranayama ecc…). Tuttavia, l’ayurveda resta una medicina mentre questo yoga è un insieme di tecniche utilizzate a scopi terapeutici o di miglioramento della qualità della vita.

Per quanto concerne invece gli altri yoga e l’ayurveda di stampo new age, possono essere sorelle come non esserlo, essendo due forme derivate che hanno perso contesti epistemologici e si sono ibridate con altre discipline, altre tradizioni e non hanno sempre obiettivi ben chiari. In queste ibridazioni, che sfociano in sfruttamenti commerciali intensi, quando operate in modo eccessivamente superficiale e poco consapevolmente, possiamo incontrare i maggiori pericoli (economici, perché potremmo acquistare prodotti e servizi che non ci faranno raggiungere gli scopi desiderati) e per la salute (perché tecniche applicate a casaccio, mescolate e non applicate correttamente possono incidere anche negativamente sull’individuo).

Non resta che studiare di più, porsi più domande, sviluppare lo spirito critico e abbandonare i guru, scegliendo i nostri percorsi partendo da obiettivi chiari e e scegliendo mezzi adeguati.


(Marzia Michelizza)


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