Il filo d’oro (pensieri sul teatro) #1 Da qualche parte si deve pur cominciare.



Prologo

Potrei dire molte cose sul teatro, e non perché mi ritenga un’esperta, anzi. Potrei dire molte cose sul teatro, perché mi sembra che il solo nominarlo scateni così tanti argomenti da riempire libri e libri interi. E forse anche perché il teatro, come tutte le arti, non s’impara forse mai davvero del tutto. O almeno per me è così misterioso, così pieno di possibili incroci e di combinazioni, che tutto quello che mi pare di aver appreso, alla fine lo dimentico, lo trasformo, appare in forme nuove in qualche altro angolino della mia quotidianità: tra le pagine di un libro, mentre prendo il caffè, quando faccio tutt’altro. Come se, tra me e la mia idea di teatro, ci fosse un tacito accordo: farò del mio meglio, ma con l’anima in pace. Meglio approfittare del buono che si riesce a distillare dalle sue polveri brulicanti, che cercare di comprenderlo del tutto.

Ma non è stato sempre così.

C’è stato un tempo in cui volevo sapere tutto, quando tutto non si può sapere. Il teatro, nella mia vita, è stato tante cose: innamoramenti, rabbie mefistofeliche, senso d’inadeguatezza, improvvisi ed incoscienti sprazzi di luce e di riconoscenza, amicizie profonde e rapporti tossici, scrosci d’applausi e silenzi di tomba. Luci e ombre (non è di questa dicotomia che si nutre anche la vita?), troppo tutto insieme, tanto che spesso ho dovuto negare l’importanza che ha sempre avuto nel mio modo di pensare, per poter tirare fiato. Per potermi ritrovare. Attori sul palcoscenico della vita, a volte interpreti di una commedia e a volte di una tragedia; quante volte abbiamo sentito declinare questa immagine? Quante volte ci siamo convinti di essere attori della nostra stessa esistenza? A volte il mondo e le sue stagioni mi sembrano atti. Ed è così che proverò a strutturare queste mie parole, cercando di raccontare del perché il teatro fa bene, sapendo bene che alla fine di questi tre atti, come ogni maledettissima volta, non troverò una risposta chiara sulla domanda che mi è stata posta. Perché fare teatro ha un impatto benefico su alcuni angoli oscuri della propria personalità, o perché aiuti a trovare una propria voce, un proprio equilibrio nel caos – domande lecite, domande bellissime, alle quali penso sia difficile dare una risposta. Ci proverò, parlando di quello che significa per me, e raccontando tre piccole cose che ho imparato a fare grazie al teatro.




Atto primo: del gridare a squarciagola in un pomeriggio di primavera

Quando ho cominciato a fare teatro – in una saletta del mio paese, sull’Appennino tosco-emiliano - avevo otto anni. Da piccola ero abbastanza spensierata, dico abbastanza perché ogni tanto non lo ero, senza capire bene perché, un po’ come tutti i bambini, di quei bambini fortunati perché amati, sostenuti, rispettati da una famiglia e cresciuti in un clima in cui tutti i bambini dovrebbero poter crescere. Perciò sì, ero una bambina fortunata, solo a volte un po’ timorosa, specie dei miei compagni – è stato grazie al teatro che ho capito di avere una voce forte e chiara e che potevo usarla. Il primissimo ruolo della mia vita, infatti, è stato quello della cameriera della famiglia Otis, la Signora Umney, in una rilettura per bambini de Il Fantasma di Canterville di Oscar Wilde. Avevo sì e no sette battute (non esistono piccole parti, ma solo piccoli attori, diceva gente più intelligente di me), ma soprattutto dovevo fare una cosa: ad un certo punto, dopo una battuta, si sarebbe spenta la luce di botto, si sarebbe sentito il rumore d’un tuono e io avrei dovuto urlare. Ebbene, non ci riuscivo. Ho il ricordo nitido di pomeriggi e pomeriggi in cui cercavo di urlare a comando, e la voce non usciva, o usciva uno squittio, uno di quelli che non avrebbero spaventato nemmeno una formica. E poi, un giorno, prova che ti riprova, la regista del gruppo di giovani attori (che era una ragazza splendida, una di quelle che desideri essere da grande) mi ha dato fiducia, mi ha invitata a provare a fare questo urlo spaventoso alla fine di una di quelle tragiche giornate di prova, lontano dagli sguardi e gli sbuffi degli altri. Non ricordo cosa mi ha detto precisamente, ma mi ha incoraggiata. Sarà che ero stanca, sarà che volevo farcela a tutti i costi, sarà che qualcosa stava germogliando in me, sarà che – ho fatto uno di quegli urli liberatori che ancora, a distanza di ventitré anni, ricordo in maniera lucida. E ho iniziato a correre, e sono tornata a casa urlando come urlano i bambini quando giocano. Il teatro mi aveva aiutata a trovare la voce. A farmi sentire. La Signora Umney poteva finalmente urlare, ed io con lei. Alla fine della scena c’è stato un applauso bello e fragoroso, di quelli che madri, padri, nonni e amici possono fare alle recite di paese. Ad oggi, resta uno degli applausi più belli mai ricevuti.





By Silvia Lamboglia

Actress, Teacher for Compagnia del Teatro dell'Argine

Actress, Author for Istantanea Teatro


Curious, Scholar, Passionate about Books, Theatre, Cinema, Foreign Languages. I write, read, and if I could, I'd like 48-hour days a week. I like to get involved, work in groups but I don't disdain some moments of solitude.

I am passionate about politics and human rights.





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