Il filo d’oro: pensieri sul teatro 2. Una volta cominciato, bisognerà pur finire.



Atto secondo: un filo d’oro nel buio più buio  

Sono sempre stata innamorata delle lingue straniere e delle letterature. Delle materie umanistiche, in genere. Abbastanza capra in matematica, in scienze, vivevo per le storie che trovavo nei poeti, nei drammaturghi, nelle gesta degli eroi. Da adolescente il teatro mi ha fatto compagnia nei pomeriggi di laboratorio scolastico, in cui ho incontrato due persone molto importanti per il mio cammino nel mondo del teatro, che in quegli anni non è stato un rifugio da una crisi, non è stato un sogno che potesse aprirmi le porte di Roma, Hollywood o chissà quale altro portone dorato, ma mi ha regalato la curiosità dello studio e la fame di parole. I miei maestri di teatro del liceo, d’altronde, per me erano prolungamenti di romanzi scritti in un italiano bellissimo e concreto. Scevri da qualsiasi accademismo, poetici nel senso più bello del termine, erano, loro stessi, pagine divertentissime e grottesche, personaggi che si muovevano in un palco che dal mio paese arrivava ad un palco della periferia di Bologna, dove poi, da adulta, ho avuto modo di lavorare. E tra le tante e tante vite che potevo vivere, tra le tante prospettive che potevano aprirsi e che di fatto si sono aperte nel corso della mia vita professionale, il teatro c’è sempre stato, un filo d’oro nel buio più buio delle opzioni della vita, che “a guardarci dentro gira la testa”, diceva Büchner.

Ecco quindi la seconda cosa che il teatro mi ha insegnato: si può essere cameriere, insegnanti, attrici a tempo pieno, baby-sitter, disoccupate in cerca di lavoro, si può navigare in mari in tempesta e aver bisogno di cambiare, ampliare le prospettive, ricalibrare i sogni d’adolescenza e adattarli alle bollette da pagare, ma se si ama qualcosa come si ama il teatro, ti resta sempre in mano un filo d’oro, prezioso, da tirare quando se ne sente il bisogno e si ha l’urgenza di raccontare qualcosa, di vedere uno spettacolo, di mettersi in gioco. Mi ha insegnato a non essere testarda, ma ad aprirmi; non ad incaponirmi, ma a ragionare, a darmi una ragione di conforto anche nei momenti più bui. Mi ha insegnato a non restare ferma, e ad abbracciare il cambiamento come si cambiano gli abiti di scena.



Atto terzo: di quel singolo filo, farne un intreccio

L’atto terzo, in teoria, dovrebbe essere quello conclusivo, quello chiarificatore. Nell’atto terzo tutto quello che è accaduto nell’atto primo e nell’atto secondo trova una sua forma, una sua risoluzione, in un modo o nell’altro.

Nella mia storia d’amore col teatro, non vedo una risoluzione, una strada univoca, un mio essere felice senza contemplare altre opzioni.

Non mi sono mai sentita infelice nei momenti in cui non facevo teatro a tempo pieno, perché il teatro è per me così radicato nella società, nelle azioni quotidiane di tante e tanti, da non provarne effettiva mancanza se non lo abito o non lo pratico ventiquattr’ore al giorno.

Questa, però, sono io: questo è il mio modo di vedere; ognuno avrà la propria, speciale e privata visione delle cose e parlare di oggettività quando si mettono in campo carni e pensieri, braccia ed anima sul palcoscenico è molto difficile. Per me, fare teatro è scrivere storie, mandarle a memoria e avere l’onore e l’onere di raccontarle. Che si scelga di essere mano, mente e voce di queste storie, nella mia concezione del teatro ha ben poca importanza: si fa comunque parte di un processo artistico grande, incredibile, puro e politico.

La terza cosa che mi ha insegnato confrontarmi con il teatro sta nella fatica e nella gioia dell’intrecciare quel singolo filo d’oro con altri fili d’oro nelle mani di altre persone. Sperimentare il fallimento di una replica andata male, sentire il dolore nelle ossa incrinate dalle cadute, a volte essere invasa da sentimenti tossici, negativi, toccare con mano la frustrazione e cercare in tutti i modi di trasformarla in qualcosa di positivo, di puro. Accettare di cadere, riconoscere la forza del tirarsi su. Pensavo fosse solo un modo di dire, o una frase motivazionale da Baci Perugina, tutta questa questione del rialzarsi quando si cade. Invece è un atto fisico, che rassomiglio al lasciarsi andare, al diventare altro, un personaggio che magari costa interpretare, per poi ritirarsi su, ritornare se stessi con qualche pezzettino, una coda, un’appendice di quel personaggio che siamo stati in scena. Del filo d’oro fatto di pensieri e di parole, ho imparato a farne azione a contatto con gli altri. Teatro da soli non si fa. Non ha senso. Esiste solo in virtù dell’intreccio con gli altri: con le sensibilità, i vuoti, le frustrazioni, i grandi entusiasmi degli altri. Ed è sempre un atto d’amore, verso se stessi e verso di loro.



Epilogo...


Ancora più difficile del terzo atto, è l’epilogo. Ma quando si ama qualcosa, diventa tutto semplice: la mia vita, oggi, non sarebbe stata la stessa se non avessi voluto metterci dentro un po’ di teatro. Non so dire se sarei stata più o meno felice, direi solo che non ha senso domandarmelo, perché mi piace sapere di custodire questo segreto, questo amore, questa passione per un’arte così bella come quella del teatro. Che muta, che si adatta, che diventa altro, che si mischia e s’abbraccia con altre arti, con altre passioni. Di eguale caratura, di eguale importanza. In un mondo come quello in cui viviamo, è importante sapere di poter contare sulla forza delle parole, sulla gioia del mettersi in gioco, del dedicarsi un modo (del tutto personale) di salire su un palco e dire. Parlare. Trovare il coraggio di riconoscere la propria voce, anche se sedata da anni, anche se provata da una vita difficile, riconoscerla, darle spazio, darle fiato.

E lasciarla libera.



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