L'omeopatia: terapia o medicina?

Aggiornato il: giu 1




Il termine “omeopatia” riassume, nella propria etimologia, l’orientamento che indirizza di tale terapeutica: dal greco ὅμοιος (simile) e πάθος (malattia, sofferenza).

È stato il medico Samuel Friederich Christian Hahnemann (Meissen 1755 - Parigi 1843) a coniare il termine “omeopatia” e a formularne i capisaldi, in contrapposizione al pensiero medico accademico, del tempo. Nei suoi scritti - Organon der rationellen Heilkunst (1810) e Reine Arzneimittellehre (6 voll., 1812-21) -, Hahnemann si riferisce alla medicina ufficiale definendola “allopatia” (tedesco Allopathie, dal greco ἄλλος, diverso, e πάθος, malattia, sofferenza), partendo dalla considerazione che la medicina si basa sul principio d’Ippocrate o ‘principio dei contrari’: contraria contrariis curantur («i contrari si curano con i contrari»). In contrapposizione con l’impostazione allopatica, Hahnemann attribuisce al proprio approccio terapeutico il termine “omeopatia”, fondandone le basi teoriche sul ‘principio dei simili’: similia similibus curentur («le cose simili si curino con cose simili»).


L’omeopatia nasce quindi, fin da subito, in aperta polemica con la medicina ufficiale.

Secondo la distinzione sopra riassunta, mentre la medicina allopatica (tradizionale) combatte i fenomeni morbosi con rimedi rivolti a sopprimerli, l’omeopatia parte dal seguente assunto: vi sono sostanze che, se vengono somministrate a persone sane in dosi elevate, provocano i sintomi di determinate malattie, ma se sono somministrate in dosi infinitesimali, curano gli stessi sintomi. Tale caratteristica, sembra richiamare il significato etimologico di “farmaco” (dal greco ϕάρμακον) che originariamente indicava qualsiasi sostanza capace di agire su un organismo vivente, come un medicamento e/o un veleno.


I 3 pilastri dell’omeopatia

L’approccio terapeutico dell’omeopatia, si fonda su tre principi o “leggi”:

I. Legge delle dosi infinitesimali. Tale legge si pone in linea di continuità con la sentenza “sola dosis facit venenum”, traducibile con “è solo la quantità che determina l’effetto tossico o curativo di una sostanza”, attribuita a Paracelso, medico e filosofo svizzero-tedesco (Einsiedeln 1493 - Salisburgo 1541), assurto a personaggio quasi leggendario.


II. Legge di similitudine o principio dei simili. Secondo questo principio, se una sostanza tossica somministrata ad un individuo sano in dosi significative, provoca i sintomi di una certa malattia, allora la stessa sostanza può essere usata in dosi infinitesimali, per curare la malattia in oggetto. Le sostanze che agiscono secondo tali modalità, vengono individuate secondo un procedimento che viene definito “sperimentazione patogenica”, perché sperimenta gli effetti di una sostanza, studiando il processo attraverso cui sorge la malattia.


III. La persona malata va considerata nella sua Globalità di mente, corpo e ambiente, usando un approccio dialogico (accostabile, nel metodo impiegato, ad alcuni aspetti della medicina narrativa), in cui il medico prende in considerazione ed indaga con estrema attenzione, i sintomi riferiti dal paziente, attraverso le “parole” con cui il paziente stesso “si racconta” la malattia. Basandosi sulla storia del paziente e sulle sue caratteristiche, il medico omeopata individua classi di individui con caratteristiche (fisiche, comportamentali, psicologiche, emotive) omogenee: in termini più moderni, si può parlare di biotipi o tipi costituzionali. Seguendo l’approccio dell’omeopatia, la diagnosi e la relativa terapia devono essere quindi “personalizzate”, focalizzandosi non sulla malattia, bensì sul riconoscimento della “costituzione” specifica a cui ogni paziente può essere ricondotto.



La terapeutica omeopatica

La terapia omeopatica è caratterizzata dall’uso di medicine, ottenute attraverso una procedura peculiare che prevede: la triturazione delle sostanze di partenza, poi sottoposte da diverse serie di diluizioni (in acqua e alcol) e “succussioni” (agitazioni) del prodotto ottenuto.

Questa procedura viene ripetuta in serie eseguendo successive diluizioni e “succussioni”.

Proseguendo nella sperimentazione patogenica dei preparati omeopatici, Hahnemann osservò che, aumentando il numero di diluizioni e ‘succussioni’, cresceva l’effetto curativo del medicinale e denominò tale procedura “dinamizzazione”.

Hahnemann giunse così ad individuare medicinali (omeopatici) a elevata potenza, cioè molto diluiti e dinamizzati.


Il medico Omeopata deve avere una formazione professionale, scegliendo tra due indirizzi metodologici: la Medicina Omeopatica Unicista e la Medicina Omeopatica Pluralista/Costituzionalista. (Approfondiremo tale distinzione prossimamente su questo Blog, in un articolo dedicato).



Medicinali omeopatici: cosa sono?



La definizione “legislativa” di medicinale omeopatico è fornita dalla Direttiva Europea del 22/09/92: il medicinale omeopatico è un medicinale prodotto a partire da una sostanza di base, attraverso «diluizioni» progressive alternate a «succussioni» ad ogni passaggio.

Il medicinale omeopatico può essere:

- UNITARIO: se preparato con una sola sostanza.

- COMPLESSO: se ottenuto da più ceppi unitari.

L’omeopatia prescrive la somministrazione di medicinali omeopatici solo unitari (quindi con una sola sostanza componente) che sono stati formulati in base a sperimentazione patogenetica pura.

Preparazione dei medicinali omeopatici

Per ricavare i rimedi omeopatici, possono essere utilizzate diversi procedimenti; ci limitiamo a riportare quello più sperimentato. Le sostanze di partenza utilizzate sono di origine vegetale, animale o minerale e vengono inizialmente macerate in alcol, per ottenere le tinture madri. Queste sono poi sottoposte ad una serie di operazioni successive, attraverso le quali si ottengono i farmaci omeopatici, per diluizione e dinamizzazione. Le tinture madri vengono diluite in un determinato veicolo, liquido o solido, in diversi rapporti proporzionali: 1:10 (diluizione decimale); 1:100 (diluizione centesimale); 1: 50.000 (diluizione 50 millesimale); fino alla centomillesima e alla milionesima diluizione.


Somministrazione dei rimedi omeopatici

Nella maggioranza dei casi, i rimedi omeopatici vanno assunti per via sublinguale, cioè sotto la lingua, per la densità di vasi sanguigni che vi si trovano. I farmaci omeopatici per bambini, a volte possono essere assorbiti anche attraverso la pelle (via cutanea).


Come leggere le etichette dei medicinali omeopatici

I rimedi omeopatici si presentano in diverse forme:

granuli e globuli (sfere di saccarosio e lattosio, ottenute attraverso l’impregnazione della sostanza all’1% volume/peso);

- gocce di una o più tinture madri (preparate attraverso una o più diluizioni, oppure con una miscela di tinture madri e diluizioni);

- fiale (con soluzioni ottenute usando, come veicolo per l’ultima diluizione, solo alcol al 1);

- supposte (contengono la diluizione omeopatica nella percentuale del 10÷12,5%, unita a gliceridi semisintetici o burro di cacao, usati come eccipienti);

- pomate (in cui la diluizione omeopatica nella percentuale del 4% è combinata con la vasellina o una miscela di vasellina-lanolina, quali eccipienti).

A livello internazionale, ogni rimedio omeopatico viene indicato con due termini latini: un sostantivo generico e uno qualificativo; l’ordine dei due termini è invertito per gli acidi. Il nome è accompagnato da una sigla che indica il grado e la modalità di diluizione (30CH, 100K, 8/50M).


Una controversia che va avanti da secoli…


Nel 1888, Hugo Schulz (1853-1932), uno studioso intenzionato a spiegare il funzionamento dell’omeopatia, nei suoi esperimenti osservò che la dose del farmaco poteva avere effetti opposti: eccitanti in basse dosi, deprimenti nel caso in alte dosi. Questo effetto, riportato anche nei manuali dalla farmacologia, è stato in seguito incorporato nel concetto di “ormesi”, elaborato da Chester M. Southam e John Ehrlich, due fisiopatologi che, nel 1943, riscontrarono in maniera sperimentale la validità della legge di Schulz, meglio nota come “legge di Arndt (dal nome del medico omeopata Rudolph Arndt) e Schulz”. Tale legge descrive il principio dell’effetto inverso, secondo cui stimoli deboli stimolano l’attività biologica, mentre stimoli forti la inibiscono: in pratica, l’effetto di una sostanza varia se usata a dosi ponderali o a dosi infinitesimali. Da qui, Soutahm e Ehrlich ricavarono l’idea di ormesi, per cercare di spiegare come, anche in dosi molto basse, una sostanza possano avere effetti significativi.


In anni più recenti, sono stati condotti studi che hanno portato alla formulazione di modelli sperimentali ed alla riformulazione del concetto di “ormesi” in quello di “ormologosi”, definita come l’effetto bifasico che una sostanza provoca, a seconda della dose somministrata. Oggi l’ormesi viene considerata una funzione del processo di adattamento, caratteristico degli organismi viventi, conseguente conseguenza all’esposizione a un range molto ampio di stimoli e caratterizzata da una risposta in due fasi, dipendenti dalla dose di esposizione ad ogni stimolo (Calabrese e Baldwin, 2002).

Ad oggi, la scienza farmacologica convenzionale continua a negare che, in dosi molto basse, una sostanza possa avere un’efficacia bio-chimica sull’organismo. Secondo tale impostazione scientifica, permane infatti il seguente ostacolo: le altissime diluizioni utilizzate nei rimedi omeopatici, superano la soglia del numero di Avogadro, infatti, sottoponendole ad analisi chimiche, non viene rilevata alcuna traccia delle sostanze di partenza.

Il numero di Avogadro - dal nome del chimico italiano Lorenzo Romano Amedeo Avogadro (1776-1856) - indica il numero di particelle elementari, atomi o molecole, preseti in una mole di sostanza. La mole è un’unità di misura del sistema internazionale (SI) che indica la quantità di materia (o sostanza) di un sistema, in cui sono presenti tante entità elementari, quanti sono gli atomi in 12 g di Carbonio 12.

Sarebbe quindi inspiegabile, restando in tale ottica, in che modo i rimedi omeopatici possano interagire con un organismo, se non appellandosi al potere della suggestione, a cui viene ricordotto il cosiddetto effetto “placebo”.

Inoltre, nella classificazione adottata dalla farmacologia ufficiale, una sostanza viene descritta in base a determinati effetti, di norma sempre uguali, indipendentemente dallo stato fisico e mentale dell’individuo a cui viene somministrata.

Alla fine del secolo scorso, alcuni fisici e biochimici hanno cercato di spiegare l’efficacia dei preparati omeopatici, riprendendo l’ipotesi della “memoria dell’acqua”: secondo tale ipotesi il solvente (acqua o alcol) sarebbe capace di conservare l’impronta di molecole delle sostanze, anche dopo che sono state sottoposte a ripetute diluizioni e dinamizzazioni di sostanze. Al momento però, all’interno della corrente scientifica ufficiale, tale idea è considerata come controversa e non ancora dimostrata.

Se ci limitiamo ad assumere tale cornice metodologica, l’omeopatia sembra presentarsi come una “tecnica terapeutica” d’indirizzo farmacologico, cioè orientata allo studio dei farmaci e delle leggi, secondo le quali si svolgono i fenomeni provocati da tali sostanze nell’organismo. Si tratterebbe quindi di una disciplina”, il cui statuto continua però ad essere sottoposto a forti critiche, in alcuni orientamenti delle scienze mediche convenzionali. che si propone lo studio dei farmaci e delle leggi, secondo le quali si svolgono i fenomeni indotti da tali sostanze nell’organismo. In molti casi, sia i detrattori sia gli utilizzatori di tale metodologia di cura, sembrano assumere tale visione, limitandosi, i primi a considerare l’efficacia dei preparati omeopatici come il frutto di un effetto “placebo”, indotto dal potere della suggestione; i secondi, ad assumere i prodotti omeopatici, in sostituzione o in associazione a farmaci convenzionali, integratori alimentari e preparati fitoterapici. L’omeopatia si basserebbe quindi, sull’esposizione di un organismo, all’uso di sostanze esterne che “causerebbero” degli effetti curativi, secondo un meccanismo di causa-effetto che si cerca di contestare o comprovare, sempre secondo le metodologie della medicina evidence-based. Per chi fosse interessato a tale prospettiva d’indagine, rimandiamo a questo database di ricerche “quantitative” (esperimenti randomizzati) e studi “qualitativi (analisi di casi clinici): http://databaseomeopatia.alfatechint.com/#home-page

Occorre però tenere presente un carattere fondamentale dell’omeopatia, ossia il quadro teorico di cui fa parte e che ne spiega la validità come medicina, integrandola in una specifica antropologia e cosmologia, da cui è inscindibile.


Malattia è/e cura


Nella visione di Hahnemann, la malattia è un’alterazione della dinamica della forza vitale, cioè un disordine di tipo sistemico che interessa, sotto l’aspetto energetico, il modo in cui, in ogni singola persona, si esprime il principio dinamico che rende possibile l’universo vivente, in tutte le sue manifestazioni. Il medico, quindi può solo rilevare i sintomi, in cui si manifesta la perturbazione della forza vitale che anima l’organismo nel paziente. Il medico, valutando la globalità dei sintomi osservati personalmente e riportati dalla persona malata, deve trovare la sostanza che combaci il più possibile, con il quadro sintomatologico. Infatti, nella classificazione dell’omeopatia, ogni sostanza, sperimentata in un individuo sano, provoca una determinata sindrome “artificiale”, con caratteri specifici che corrispondono, nei tratti più salienti, alla malattia presentata dall’individuo malato e, contemporaneamente, rivelano la potenza curativa del rimedio. Il medico omeopata, per ogni paziente, deve individuare tale sostanza che corrisponde a tale quadro, chiamato Materia Medica del rimedio. Infatti, quando la Materia Medica della sostanza e i sintomi patologici del paziente combaciano, la malattia si curerà somministrando al paziente la stessa sostanza, sotto forma di rimedio omeopatico, cioè in dosi infinitesimali, poiché solo in tal modo, secondo Hahnemann si può sollecitare “la forza vitale del malato “, cioè la sua capacità di autoguarigione.

L’azione del rimedio omeopatico non è quindi diretta a combattere la malattia o le sue cause, ma agisce in maniera indiretta di tipo indiretto, stimolando sollecitare nell’organismo del malato, una reazione che ne riequilibri l’energia forza vitale. L’imposta dell’omeopatia si presenta quindi come un sovvertimento della medicina provvisto di un “principio vitale” che deve essere correttamente sostenuto, in modo tale da ristabilire la sua capacità di rimuovere il disordine e recuperare la salute.


Riflettendoci...


Nella discussione sull’efficacia dell’omeopatia e sul suo statuto di medicina, intesa come visione dell’organismo e della malattia, oppure terapia, cioè tecnica per curare l’organismo, si giocano numerose questioni epistemologiche, a cui, all’interno stesso della contrapposizione tra scettici e sostenitori, medici e pazienti rispondono in maniera diversa.



A nostro avviso, tra le più salienti vi sono le seguenti:

1- l’omeopatia può essere considerata un approccio medico scientifico, la cui efficacia terapeutica può essere testata attraverso gli strumenti della ricerca evidence-based?

2- l’omeopatia è una tecnica farmacologica, integrabile con i paradigmi (anatomici, fisiologici, eziologici, etc.…) della scienza medica convenzionale o di altre medicine tradizionali? Ovvero, l’omeopatia può essere classificata come una medicina complementare?

3- l’omeopatia è una tecnica farmacologia che basa la propria efficacia e ragion d’essere, in una visione medica (anatomici, fisiologici, eziologici, etc.…) e cosmologica specifica? Ovvero, l’omeopatia può essere classificata come una medicina alternativa?

(Alessandra Morini)

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